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RiGAS/Testimonianze: differenze tra le versioni

Da wiki_GAS.
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Per quanto mi riguarda, ora che lo considero per molti versi un percorso finito e anch’io, come Mary Poppins, mi appresto a volare via, posso dire di aver imparato due lezioni, spicce ma essenziali, da questo lungo apprendistato solidale: la prima, di filosofia, è che le cose cambiano, la seconda, di economia, è che non devi aspettarti sconti anche se sei etico, trasparente, sostenibile. Anzi, la mancanza di scorciatoie grigie e di zone d’ombra rende tutto più oneroso. Devi semplicemente imparare le regole e giocare con quelle, né più e né meno di chiunque altro. E - siccome la vita è anche un po’ ironica - il rigore, la precisione, hanno acquistato ai miei occhi miopi un certo fascino, che emerge in tutto il suo splendore ogni volta che sento la magica frase “i conti tornano”. Ci riusciranno anche questa volta?
Per quanto mi riguarda, ora che lo considero per molti versi un percorso finito e anch’io, come Mary Poppins, mi appresto a volare via, posso dire di aver imparato due lezioni, spicce ma essenziali, da questo lungo apprendistato solidale: la prima, di filosofia, è che le cose cambiano, la seconda, di economia, è che non devi aspettarti sconti anche se sei etico, trasparente, sostenibile. Anzi, la mancanza di scorciatoie grigie e di zone d’ombra rende tutto più oneroso. Devi semplicemente imparare le regole e giocare con quelle, né più e né meno di chiunque altro. E - siccome la vita è anche un po’ ironica - il rigore, la precisione, hanno acquistato ai miei occhi miopi un certo fascino, che emerge in tutto il suo splendore ogni volta che sento la magica frase “i conti tornano”. Ci riusciranno anche questa volta?


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Versione delle 14:45, 22 giu 2026

Questa pagina raccoglie le memorie personali, gli aneddoti e le testimonianze dirette di chi ha fatto parte del RiGAS in qualsiasi periodo della sua storia. Non è una pagina enciclopedica: qui si scrive in prima persona, si raccontano episodi vissuti, si conservano ricordi che altrimenti andrebbero persi.

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Come contribuire — schema da seguire

Aggiungi la tua testimonianza in fondo alla pagina, copiando e compilando questo schema:

== Nome Cognome ==
; Periodo di partecipazione al RiGAS
: (es. 2007-2015, o "dal 2010 a oggi")
; Ruolo o modo di partecipazione
: (es. socio, volontario ai ritiri, referente prodotto, membro del Consiglio…)
; Data di scrittura di questa testimonianza
: (es. giugno 2026)

Testo libero della testimonianza. Puoi scrivere quanto vuoi:
un aneddoto, un ricordo, una riflessione, un periodo specifico,
una persona che vuoi ricordare. Non serve uno stile formale.

Alcune indicazioni:

  • Scrivi in prima persona — questa è la tua voce, non un articolo.
  • Non è necessario che tutto sia verificabile: qui vale anche la
 memoria soggettiva, purché presentata come tale.
  • Se ricordi qualcosa che potrebbe correggere o integrare la voce
 principale (date, nomi, luoghi), segnalalo anche lì o nella pagina
 di discussione Discussione:RiGAS.
  • Se preferisci non firmare con nome e cognome, puoi usare un nome
 di riconoscimento (es. "Un gasista della prima ora") — ma il nome
 vero è preferibile per dare valore storico alla testimonianza.


Alessandra

Periodo di partecipazione al RiGAS
Anni 2010 circa — fine anni 2010

⚠ Da verificare: Non ci sono riferimenti all'anno.

Ruolo o modo di partecipazione
Socia, membro del consiglio direttivo del RiGAS, socia della Cooperativa e poi della PdB Srl
Data di scrittura di questa testimonianza
Circa 2019 (da documento inviato)

"Pensi che a te non succederà mai, che non ti può succedere, che sei l’unica persona la mondo a cui queste cose non succederanno mai e poi, a una a una, cominciano a succedere tutte, esattamente come succedono a tutti gli altri.” 

L’essere madre implica una certa dose di solitudine, una solitudine a volte molto rumorosa, spesso anche dolce, ma che più spesso ancora diventa sgradito isolamento dal mondo, quel mondo che potremmo raffigurare come un tizio con bombetta e giornale sotto il braccio, mentre corre a prendere il treno. Una decina di anni fa, tra allenamenti di calcio e feste di compleanno, mi ripetevo che stavo vivendo una fase, che anche Mary Poppins a un certo punto prende il volo, che tempo qualche anno il mondo mi avrebbe riavuta tra i suoi abitanti. Mi stavo preparando degli ottimistici piani per il futuro, piani che prevedevano, nell’ordine: la ricerca di un lavoro, la scrittura di un romanzo, lo studio di una lingua straniera. Quanto all’impegno civile, sentivo di aver dato già il massimo con la tessera delle ACLI e quella del gruppo d’acquisto riminese, il RiGAS. Accolsi quindi con una certa perplessità l’invito da parte di conoscenti a un tavolo di confronto su una questione spinosa della quale sapevo pochissimo: il RiGAS, probabilmente proprio a causa del suo successo e dell’enorme numero di iscritti, si era sciolto per mancanza di candidati all’oneroso e onorato compito di far parte del consiglio direttivo. L’inaudita circostanza non piaceva ad alcuni attivisti molto coinvolti, e urgeva incontrarsi per far scendere dal cielo un deus ex machina con la soluzione al problema. Dato che mio marito era fuori per lavoro e non potevo lasciare soli i miei due figli, il tavolo in questione fu quello della cucina di casa mia. Bambini a letto, tisana d’ordinanza pronta, fogli per appunti pure, il mio apprendistato equo-solidale era cominciato. Come spesso succede quando si è veramente interessati a risolvere un problema, la soluzione arrivò. La notizia che ci portò a una svolta fu che alcuni soci ed ex soci del gruppo d’acquisto stavano formando una cooperativa, con l’intenzione di aprire una bottega di prodotti bio a filiera corta. Che cosa ci impediva di chiedere a loro di gestire la parte logistica del g.a.s.? Il futuro direttivo dell’associazione avrebbe avuto così un incarico più leggero e gestibile, mentre i soci probabilmente avrebbero goduto di un servizio migliore. Ci salutammo con la luce negli occhi e la soddisfazione del compito svolto. Soddisfatta dall’esito della serata, lavai le tazze, sistemai i fogli, diedi un’occhiata ai bimbi. Considerai il mio compito finito e mi misi a pensare ad altro. Stolta! Non immaginavo che le spire del lavoro volontario già mi ghermivano, e di lì a poco si sarebbero avviluppate attorno a quasi tutto il mio tempo libero. La collaborazione tra cooperativa e associazione partì, si costituì un nuovo consiglio direttivo del RiGAS che, guarda caso, mi comprendeva, diventai socia della cooperativa, e l’avventura cominciò. Che cosa mai poteva andare storto?

Una sera, a casa di Carlo, davanti a un bicchiere di grappa alle ciliegie, cominciammo a domandarci che razza di rapporto poteva esserci tra l’associazione e la cooperativa, tra un ente no profit e un’impresa per forza di cose vocata al profitto. Insomma, ci chiedevamo, come potevano convivere l’acqua santa del volontariato e il diavolo del commercio? La discussione continuò nei giorni a venire, e, di fatto, continua tuttora, però, quando fu il momento di fare una sintesi, fummo tutti d’accordo nell’attribuire personalità indipendenti alle due cose, per garantire la libertà di sciogliere il sodalizio in ogni momento. Un’unione di fatto, insomma, basata su intenti e principi comuni. La bottega si chiamava, e si chiama tuttora, Poco di Buono, e nel logo il nome è affiancato all’immagine di un ladro con la mascherina che fugge portando con sé una carota. Quel nome mi è sempre piaciuto molto, è uno sberleffo, una boccaccia, così come da subito mi sono affezionata al suo appeal improvvisato, alla clientela variegata, ai ritmi in buona parte dettati dai tempi del gruppo d’acquisto. Il partito contrario al sodalizio non fece attendere la propria offensiva. La principale accusa era al ricarico sui prodotti (comunque bassissimo, sotto il 20%), come se affitto, bollette e stipendi scaturissero dal terreno come funghi magici. Trattavano la questione come un vilipendio all’anima anarchica dei gruppi d’acquisto, un ossequio al business, un andare a braccetto con le odiate multinazionali. Tutto quello che di positivo la bottega poteva costruire - posti di lavoro, una più diffusa cultura dell’etica nel commercio…-, era visto come il frutto del diavolo. Fu tutto un lungo periodo estenuante e polemico, il primo, in realtà, di tutta una serie di periodi estenuanti e polemici. Ci vuole un fisico da atleta, la parlantina di un avvocato e il masochismo di Fantozzi per reggere certe situazioni, ma la nobile causa, la pentola piena di carote dorate e bio, in fondo all’arcobaleno, merita bene qualche frustrazione, no?


Cominciava a girare la ruota a due velocità, spinta con dedizione da noi volontari: molte energie furono dedicate a sistemare il cotè economico, a contabilizzare chiaramente la situazione, sempre molto fluida, degli associati, a trovare un passo adeguato alla nuova struttura. Se da parte della bottega ci si impegnò entusiasticamente a costruire rapporti diretti, leali e reciprocamente solidali con i fornitori, non era sempre così a parti inverse. Mi accorsi presto che capitava di trovarsi cassette con frutta e verdura non proprio freschissime, anzi, a volte in pessimo stato. Bisognava vestire panni più severi e impratichirsi nell’arte del controllo, della supervisione, tutte cose che si pensava di aver lasciato fuori della porta a vetri della Poco di Buono. I conti dell’associazione erano un disastro, centinaia di migliaia di euro erano transitati per le casse dell’associazione in maniera disordinata ma incredibilmente fiduciosa. Si dice che i capelli di Enrico divennero bianchi dopo aver messo le mani nei fogli excel del g.a.s., diceria che aveva un fondo di verità, io credo. Senza quasi accorgermene diventai una rotella ben inserita nell’ingranaggio equo/solidale/commerciale. Con il mio solito zelo da prima della classe, quella con gli occhiali, nel banco davanti, non mi persi una riunione, partecipai a discussioni infinite, imparai moltissimo sulla stagionalità, sui tic di chi partecipa a un g.a.s., sulla fenomenologia del pecorino biologico e dei suoi pastori, sulle variabili delle zucchine solidali, sulle malattie delle pesche, sulle corna di bue ripiene di letame…In effetti devo dire che alcune cose mi hanno sempre lasciata perplessa, ma andiamo avanti. Mentirei se dicessi che non mi divertivo. Il progetto imprenditoriale della bottega aveva il fascino dell’eticità e il sorriso malandrino del commercio solidale, era sexy e accattivante, pieno di promesse in un futuro radioso e sostenibile. La mia assoluta impreparazione nella materia in cui mi stavo cimentando, economia d’impresa, m’impediva di sentire gli scricchiolìi, vedere le crepe e le imperfezioni, ma soprattutto il buco di bilancio della cooperativa che si stava aprendo come una caverna cosmica. Da parte sua, l’associazione stava andando bene, manteneva un buon numero di iscritti, e, siccome i ritiri avvenivano, oggi come allora, in bottega, portava a conoscenza di tante persone interessate l’esistenza della spartana Poco di Buono, con i suoi scaffali che si arricchivano ogni giorno di più di nuove referenze. C’era da preoccuparsi?

Il mondo, anche quello biologico e solidale, intanto andava avanti. La Grande Distribuzione Organizzata si impadroniva di messaggi che ci appartenevano da sempre: il chilometro zero, la filiera pulita; ma anche di figure iconiche che ci portiamo dentro da qualche libro delle elementari, come il contadino felice, con il suo cappello di paglia e la salopette, custode di uno stile di vita che noi, cittadini inquinatori, potevamo solo desiderare. In qualche modo questa tendenza accresceva anche il nostro appeal e, grazie per lo più al passaparola, la clientela della bottega aumentava, così come, purtroppo, la metaforica polvere sotto il tappeto. Andammo avanti facendo finta di niente per qualche tempo, più o meno tre anni, durante i quali il nostro microcosmo si popolò di figure colorate e colorite, alcuni dietro il banco della bottega, altri che giravano attorno all’associazione in veste di consiglieri, referenti di prodotto, volontari assidui. Persone che per un po’ ho visto assiduamente e poi sono spariti, amici che sono diventati nemici, nemici che sono diventati amici. Questo aspetto umano è ciò che considero la vera ricchezza di tutta la storia. Ma torniamo al bilancio, parolina che evoca impiegati alla Bartleby dagli occhi spenti, scartoffie noiose e poco creative. A un certo punto qualcuno nominò l’innominabile, e il concetto, di bocca in bocca, si concretizzò nella terribile frase: “la cooperativa è in perdita”. Anni di educazione al risparmio e di moniti familiari sul contrarre debiti si agitavano in me come i fantasmi di Eduardo De Filippo. Il disagio serpeggiava tra tutti quanti, benché girasse anche il mantra rassicurante “i bilanci dipendono da come li si guarda”, manco fossero illusioni ottiche. Ne saremmo usciti?

Arare il terreno, cospargerlo di sale e andare a costruire da un’altra parte è più facile che cercare le cause dell’insuccesso. Gli unici a pagare furono i due dipendenti, le cui mancanze erano troppo visibili per pensare a una moratoria, anche se qualcuno ci provò. Dopo un lungo e doloroso travaglio, uno venne licenziato, l’altra lo seguì spontaneamente dopo poco tempo. L’idea che certe cose da noi non potevano succedere subì ancora un colpo, una ferita profonda che rischiò di essere mortale. A un certo punto, luminosa all’orizzonte si affacciò la prospettiva di una sede nuova, nei dintorni, più spaziosa e accogliente. Allo stesso tempo il commercialista propose la chiusura della cooperativa e il passaggio ad un’altra ragione sociale, una società a responsabilità limitata, per esempio, che poteva acquisire il ramo d’azienda e procedere più velocemente nelle decisioni di gestione. L’ingranaggio si rimise entusiasticamente in moto. C’erano un sacco di cose da fare, e in primo luogo bisognava trovare i soldi. Girò una bozza di progetto, scritta da me, contenente una spiegazione parziale di quello che era successo, tanti buoni propositi, un po’ di obiettivi non verificati, e in breve trovammo una trentina di persone, tra i soci della cooperativa e nuovi sostenitori, disposti ad appoggiarci mettendo dei soldi e a entrare nella nuova società. La cooperativa Poco di Buono fu liquidata senza traumi. La PdB srl vide la luce nello studio di un notaio ad agosto, tra facce sudate e ghiaccioli gocciolanti, a ottobre ci trasferimmo nella nuova sede, a febbraio ci fu la festa di inaugurazione. Tutto molto bello, ma durerà?

Sono passati tre anni da quella festa. La bottega Poco di Buono sta ancora pagando i debiti della cooperativa, debiti che si sono rivelati molti di più di quello che si pensava. I dipendenti sono diventati sette, il bilancio ha sfiorato il milione di euro, il paniere di prodotti copre le esigenze di una famiglia media. Crescendo abbiamo capito di essere un’impresa vera e propria, e di dover ragionare come tale. L’associazione continua ad accompagnarla e a vivere sotto lo stesso tetto, depositaria del DNA di famiglia. Per quanto mi riguarda, ora che lo considero per molti versi un percorso finito e anch’io, come Mary Poppins, mi appresto a volare via, posso dire di aver imparato due lezioni, spicce ma essenziali, da questo lungo apprendistato solidale: la prima, di filosofia, è che le cose cambiano, la seconda, di economia, è che non devi aspettarti sconti anche se sei etico, trasparente, sostenibile. Anzi, la mancanza di scorciatoie grigie e di zone d’ombra rende tutto più oneroso. Devi semplicemente imparare le regole e giocare con quelle, né più e né meno di chiunque altro. E - siccome la vita è anche un po’ ironica - il rigore, la precisione, hanno acquistato ai miei occhi miopi un certo fascino, che emerge in tutto il suo splendore ogni volta che sento la magica frase “i conti tornano”. Ci riusciranno anche questa volta?